LORENZO CANOVA

25 luglio 2015 Testi critici 0 Comments

Tra la luce e l’oblio 

Sontuosa e razionale, barocca e minimalista, classica e anticlassica: proseguendo e rinnovando una tradizione millenaria di pensiero e di creazione, la pittura di Arrigo Musti si declina attraverso la logica paradossale dell’ossimoro e dell’unione dei contrari, con quel dono di rivelazione e di magnificenza che solo la Sicilia ha il potere di donare e di distillare grazie a una storia che affonda le sue radici nei millenni e nelle origini di una cultura allargata dal Mediterraneo a tutta l’Europa.
Arrigo Musti, siciliano di Bagheria, è un artista che non nega il contatto con la sua terra d’origine, ma si immerge negli archetipi vitali di un luogo di cui sente la radiante potenza e su cui ha scelto di fondare le basi teoriche e visuali del suo sistema pittorico. L’ulteriore, affascinante, paradosso di Musti è la sua capacità di evocare una sorta di archeologia della ininterrotta presenza delle arti in Sicilia, senza però cadere in rievocazioni solo legate al passato e volutamente distanti dalle questioni del nostro presente in senso linguistico, comunicativo e stilistico. Musti riesce infatti a dialogare con la storia e con la grandiosità delle straordinarie esperienze artistiche che si sono avvicendate in Sicilia nel corso dei millenni attraverso una visione del tutto contemporanea che non dimentica alcune delle maggiori esperienze di avanguardia del novecento. L’opera di Arrigo Musti si colloca infatti in modo personale e indipendente nel contesto attuale, mescolando in modo sapiente i richiami alla storia dell’arte a questioni stringenti e di grande attualità, come la difesa del patrimonio culturale, della memoria storica, del paesaggio e dell’ambiente. In questo senso Musti parte in modo sapiente da una rigorosa ricerca sullo stile, sulla forma e sul corpo fisico della pittura, luogo centrale e ineliminabile di ogni ricerca che unisca una raffinata qualità formale a un solido nucleo concettuale.
Negli ultimi due anni Musti ha voluto percorrere una geografia interiore della memoria e della nostalgia senza perdere la tensione della sua ricerca, celebrando la magnificenza assoluta e dispersa di luoghi, edifici e opere che rendono unica la Sicilia ed evocandone al tempo stesso la perdita, come accade nel sontuoso ciclo Beautiful Decadence del 2012 che evoca balconate, portali barocchi e stanze vuote di antichi palazzi con un sentimento ineluttabile della fine di un’epoca e di una civiltà che trova ne Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (e nel film di Visconti) un evidente e magnifico punto di riferimento trasfigurato in una pittura fatta di vuoti e di vibrazioni, di accentramenti di pulsazioni cromatiche e di sospensioni che sembrano percorse dagli echi di antiche voci che risuonano nel labirinto della polvere e del tempo.
Nel suo ciclo più recente, Drops del 2013, Musti, come è accaduto ai suoi grandi predecessori che hanno compiuto la scelta “sublime” della riduzione, è passato da una pittura ribollente di fermenti cromatici, in una densità pulsante e di stesure che fremono sul supporto in una decisa accensione di contrasti, a una materia lieve e monocroma, composta da un passaggio di spatola appena accennato che, grazie anche ad una rigorosa e mirata scelta del supporto, crea un rilievo sottile o denso ed appena abbozzato sulla tela liscia priva delle rugosità di alcune opere precedenti. Questi lavori possono paradossalmente rappresentare una sintesi che parte dalle immagini dei capolavori classici citate nei quadri, che formano una sorta di radice archetipa dell’arte in Sicilia, per inserirsi in una linea sospesa tra ornamento e rigore che potrebbe unire il nitore assoluto delle decorazioni di Giacomo Serpotta alla tendenza a superare il disordine e la libertà espressiva che può legare l’opera di Antonio Canova a quella di Lucio Fontana, nella dialettica tra il fermento originario della materia e la sua sublimazione nello territorio idealizzato dell’immaterialità.
Il risultato è una serie di opere in cui la pittura si allontana sempre di più dall’elemento iconico portandosi verso uno declinazione stilistica che confina con un’astrazione composta attraverso una lieve e fremente rugosità che si coniuga a una severa impostazione minimalista impostata spesso su un cromatismo acceso di colori quasi lisergici.
Arrigo Musti si immerge così in un flusso interiore che aspira a uscire dal tempo per toccare il punto di intersezione tra l’immagine e la nostra visione personale e collettiva, si cala all’interno delle antiche statue per tracciare una mappatura geofisica dello spazio interiore attraverso le stesure che ricompongono i volti antichi delle sculture come onde di luce oscura che spezzano quei volti millenari dividendoli, allusivamente, di nuovo nell’ossimoro metaforico che fonde lo spazio conscio e chiaro delle loro fattezze e il territorio notturno di un’ombra inconscia e divorante che circonda la loro luce per trascinarla nel gorgo tenebroso e divorante dell’oblio.
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