GIUSEPPE TORNATORE

25 luglio 2015 Testi critici 0 Comments

L’estetica del turbamento

Dicono che un vero artista debba essere riconoscibile in ciascuna delle sue opere. Che un filo sottile ed invisibile ne attraversi necessariamente le variazioni tematiche ed espressive. Che gli autentici artisti, in buona sostanza, non possano fare a meno di portare in sé stessi, spesso inconsapevolmente, un segno, una premonizione, un tratto del tutto personale che ne sigilli l’intera opera in un unicum irripetibile, e ne riveli, al tempo stesso, il senso ultimo e nascosto. Se è così il giovane arrigo musti è già uno di loro. I suoi quadri, infatti, hanno il pregio d’infonderci, sin dal primo istante, la coscienza d’essere al cospetto d’uno stile compiuto e inequivocabilmente, consolidato da una poetica nobile ed insolita, imperiosa e sincera, costantemente squarciata dalle ferite di una cognizione del dolore tanto antica quanto inattesa. Oltre alla formidabile capacità di fondere luci, forme e colori in un’armonia visionaria innovativa, per certi versi provocatoria, che allarma ed inquieta, ciò che nell’opera di arrigo specialmente colpisce e sorprende mi sembra la sua estetica del turbamento per un mondo che ha perduto la propria mitologia. Il moderno patimento d’un poeta che spasima per un universo di eroi e leggende in cui gli esseri umani non sanno più specchiarsi. Il suo desolato sguardo su un olimpo di déi indifferenti al nostro destino perché umiliati dalla cecità degli uomini. E non ci stupisce affatto che un tale smarrimento, una sensibilità così affine al disincanto, giunga dalla mano abile ed esperta di un giovane bagherese.

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