AUGUSTA MONFERINI

25 luglio 2015 Testi critici 2 Comments

Un espressionismo portato all’eccesso

Artista siciliano di grande temperamento dipinge usando una materia corposa e densa che imprime sulla tela a pennellate vigorose e quasi brutali.

Il suo interesse più evidente sembra essere il ritratto, il proprio come anche quello di personaggi che lo hanno particolarmente colpito: le sue figure sono maschere impietose scolpite nel colore dai toni violenti e cupi  che creano immagini grondanti allucinate e stravolte.

Arrigo si rifà ad un espressionismo portato all’eccesso dove i colori terrosi e rossastri a tratti si aprono in toni chiari che bucano, come ferite, i volti conferendo loro una luce stralunata. Capelli e barbe ispide ed irte come spine occhi ciechi che bucano i volti terrosi, ghigni che aprono bocche rosse e sanguigne, reticoli di rughe che segnano impietosamente le fisionomie, mettono in scena una umanità dolente e deturpata dalla sofferenza.

Arrigo guarda ed osserva i suoi personaggi con gli occhi del cuore e del sentimento.

È un occhio, il suo, commosso che intende denunciare torti e violenze che queste povere icone di vecchi o di bambini hanno subito. Il fuoco di un sentimento appassionato e potente le ha trasformate in maschere dolenti.

Questa impressione è poi confermata dal temperamento dell’autore, gentile, buono, sensibile, generoso ed appassionatamente legato alla sua Sicilia: la terra dove è nato.

Volti immolati

Così devastate diventano figure orribili, mostri irriconoscibili; irreparabilmente distrutta, così, la loro bellezza e giovinezza. Ma non solo; con questo gesto crudele e disumano si disintegra anche la loro vita: da questo momento essa diventa un ergastolo, una prigione senza fine.“C’è un paese dove gli uomini condannano le donne alle pene dell’inferno; un paese dove donne per lo più giovanissime vengono deturpate con l’acido solforico” così scrive Renata Pisu nel documentato reportage sul Bangladesh; donne costrette a vivere nascoste, segregate, separate dal resto della società. “Acidificate”, le chiama la Pisu: esse sono state colpite quando erano giovanette, di quattordici o quindici anni, quasi delle bambine. La loro colpa? Quella di non aver voluto rispettare una promessa di matrimonio, combinato dai genitori. In ogni caso vittime incolpevoli di circostanze legate a un rapporto con un uomo, attratto dalla loro bellezza e giovinezza, e magari respinto. Dell’ acido solforico accade così che venga gettato sul loro bel viso, ma in casi se possibile più gravi anche su tutto il corpo.

E’ angosciante pensare che le vittime, sentendosi ripugnanti, maturano come una colpa la coscienza della loro deformità; vivono segregate dalle loro famiglie, si sentono inaccettabili, marchiate da una condanna che scontano chiudendosi in un silenzio doloroso. Profondamente umiliate, diventa difficile anche accostarle, lasciarle sfogare, abbandonarsi al pianto e raccontare la loro miserevole, straziante storia. Molte restano mute dopo lo shock ed è quasi impossibile guadagnarne la fiducia.

Una ennesima tragedia dell’umanità, di fronte alla quale Arrigo si è sentito sconvolto ed ha profondamente avvertito la necessità di una denuncia, per quanto possono valere, in questo cinico mondo, la passione, l’indignazione, la commozione di un pittore , il “riscatto” che egli offre a queste effigi martoriate attraverso la commossa celebrazione della pittura.

Esiste senz’altro, comunque, un nesso profondo di denuncia tra la sconvolgente visione del mondo che Arrigo mette in scena con tanta irruente energia e la lontana, dalla nostra vita ma non dal nostro cuore, violenza cieca che in modo così disumano colpisce.

Arrigo è come posseduto da una ossessione che è quella di riuscire a esprimere, a dar corpo e sembianze a una brutalità cieca ed insensata che non nasce dall’aggressione di una belva, ma dal profondo demoniaco dell’uomo.

Il ritratto è così la forma che si presta oggi, non più a immortalare le fattezze e la vanità di un uomo di successo, ma a fungere da specchio e da grido dopo (e ben oltre Munch), grido rivolto all’universalità del genere umano, grido di disperazione e di ammonimento. Dopo Bacon, che ha inscenato il deforme tormento dell’animo umano, Arrigo tenta di tracciare una linea di demarcazione tra l’umanità ancora degna di questo nome e quella che degna non ne è. Non è vero che l’uomo è più feroce delle belve: in qualche caso lo è ma alla sua bruttezza si contrappone, attraverso la dialettica e i movimenti del colore, una figurazione dello sfigurato che sollecita le profondità più degne dell’animo umano.

Il pathos della tragedia è amplificato in una rappresentazione che, andando oltre i penosi modelli, amplifica nell’immaginazione indignata gli istinti perversi ed è di essi che Arrigo fa

in realtà il ritratto, un ritratto che erompe riconoscendosi nelle mostruosità che ha provocato.

Un colore esaltato, violento, come fuori controllo, cola sulla tela in tanti rivoli quasi sgorgassero da altrettante ferite. Un colore sfrenato, emotivo e innaturale: blu smaltati , neri che si insinuano nelle pieghe dei volti trasformando l’incarnato in maschere che incutono spavento. Gli sguardi poi, gli sguardi di questi personaggi; fanno rabbrividire, a volte arrotati verso l’alto, a volte semichiusi, a volte filtrati attraverso lenti grottesche, emettono luci e bagliori sinistri.

Arrigo con questa mostra presenta anche molti ritratti femminili e figure a tutto campo che invece richiamano, o rievocano, la prepotente bellezza di queste giovani donne nel ricordo della loro storia crudele.

E’ in corso per fortuna una politica di sostegno a queste vittime, un sostegno sopratutto medico che consenta a queste donne di poter ricostruire in parte i loro volti distrutti. Ma accanto a queste iniziative benemerite e fattive, sono importanti, per richiamare l’attenzione su questa tragedia, anche mostre come quella approntata da Arrigo con ardente partecipazione.

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