MARISA VESCOVO

25 luglio 2015 Testi critici 0 Comments

Nameless – ANONIMI

Il processo di mondializzazione della cultura, come si va articolando nel 
XX secolo, sta modificando il metodo di analisi e di verifica riguardante la storia dell’arte moderna e contemporanea. Oggi con un allargamento esponenziale delle relazioni informative sulla vicenda delle idee e delle immagini su tutto il territorio terrestre, la dimensione globale non può più essere  “incorniciata” in un’esposizione definita secondo una visione storica. I  musei però tendono  ancora  (con alcune eccezioni)a riflettere solo le culture dominanti, imponendo narrazioni parziali e settarie, quasi sempre centrate sui residui dei maschi bianchi e occidentali. In una situazione post-coloniale e globale, tale attitudine è entrata in crisi per il suo razzismo etnico avverso a ogni discorso “altro”. E’ nata così la volontà di osservare da vicino quelle periferie che hanno messo in discussione le gerarchie antropologiche, colpevoli di repressioni e rimozioni.
un artista sensibile come  Arrigo Musti, col suo lavoro pittorico, si dichiara a favore di una memoria dispersa e fragile di sè e dell’ ”altro”, emblematica del ruolo dell’arte come riflessione sui lati oscuri e rimossi di un colonialismo ancora in auge.
guardando alcuni quadri di musti ci sovviene quanto ha detto Klee, il quale ha affermato che l’arte si deve occupare delle cose ultime, dell’estremo. E dunque del bene e del male, del potere dell’impotenza, del rapporto dell’io con l’altro e, al fondo di tutto, della morte dentro la vita stessa.
 se osserviamo dipinti quali: “Nameless serie 1, 2, 3 “ (gli anonimi ) , “Infamous Rain “, “Amniotic Rain “, “Dirty Rain “, tutti ascrivibili agli ultimi cinque anni, e altri, ci accorgiamo che questi che troviamo sulla tela sono gli attuali migranti, quelli che sbattuti dalla sorte su spiagge nemiche, naufraghi appesi a un pezzo di imbarcazione, avviati poi in un campo di raccolta , o ancora fustigati, massacrati in una strada–in Sudan , Darfur, come a Lampedusa– suscitano pietà  o curiosità, e magari un brivido erotico. Ma gli spostamenti di popolazioni numerose possono dar luogo a conflitti tragici. Gli anonimi vengono sempre meno percepiti come viaggiatori e sempre più come invasori, anzi essi sono talora un pretesto per innalzare nuovi muri. Alcuni uomini, ieri come oggi, diventano capri espiatori, intesi come arcaica espulsione del male, l’individuo comune, quello che detiene il potere non teme l’uomo diverso, ma l’opposto , la mancanza di distinzione, l’anonimo, e tende a classificarlo e scaricare l’aggressività su di lui. Nel xx secolo molte minoranze sono state espulse e sterminate, eventi sempre più quotidiani, durante i quali si stagliano sugli schermi della terra: i trionfatori e i perdenti.
 in tutti i dipinti di Musti  troviamo un sentimento di sofferenza, che va al di là della possibilità di essere elaborato :una sofferenza che travalica l’immagine, il linguaggio usato, la visione. Una sofferenza che i Nameless non potranno comprendere fino in fondo nel suo cinismo, né comunicare pienamente, e non diventerà mai dunque un’esperienza, quindi  sembra essere condannata ad un inesorabile sfarinamento, in un tempo senza termine. Il dolore espresso dal lamento si scava, per così dire, in uno spazio dentro il pensiero: diviene la voce di un dolore che “si nutre di sé stesso”. Per questa umanità portata in scena da Musti , forse non tutto, quello che oggi esiste è male, e anche se è oggi importante ciò che diceva leopardi, con grande pessimismo, “ l’esistenza è un male….Il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale del mondo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male”. Da questo potremmo desumere che l’infinito, il quadro in cui vorremmo porre le nostre esistenze, è una non-cosa, un ni-ente, in cui le cose esistenti: l’uomo, l’universo intero, sono dunque solo un’increspatura rispetto all’ ”Infinito del Nulla”, in cui gli anonimi, “ i Maledetti della terra”, segnano il loro cammino con le stille del proprio sangue amaro. Ma lo spirito religioso di Musti non sa arrendersi a questa condanna e pensa chela figura complementare della discesa è l’ascesa, ed entrambe sono necessarie per dare un senso alla vita dell’uomo, che nel fondo del cuore porta sempre il germe della speranza che arrivi a redimerlo dalle corde della sofferenza.
ma qui si apre anche il capitolo di come l’artista crea, per noi che guardiamo, questi sentimenti di inquietudine e malessere,  attraverso una tecnica efficace e molto concentrata sui temi della propria ricerca. Queste forme in disfacimento che troviamo sulle tele (tecniche miste e olio) sono servite da una mano che sa dare ad esse una forma, che si muove per sovrapposizioni di colore, infatti anche l’irrappresentabile e l’indicibile devono trovare una loro forma, una forma che si spinge oltre il limite della realtà. In ognuno di questi lavori il dettaglio non rappresenta la presenza della morte, quanto la violenza stessa della morte dentro la nostra stessa vita. Il “sacro” che scorgiamo in ogni vita denudata dai vari  poteri, come avviene per quella di un corpo o di un feto, che procedono verso una vita di ferite e di sconfitte, aiuta il nostro sguardo a penetrare oltre la pelle, oltre la carne, perché sappiamo che dietro l’organo della pelle si rivela lo stato di salute interiore, fisica e psichica di ognuno di noi. La pelle rivela la geografia del malessere che sta dentro ciascun corpo, e si rovescia all’esterno come tabe, crosta, patologie inguardabili e intollerabili, prodotte magari da una pioggia acida  o punitrice(si veda: “ Amniotic Rain”).
cosa è in gioco in questa esplorazione anche materialistica del corpo? Ci pare un modo per non separare l’arte dalla vita, di non anchilosare troppo l’arte con il sapore polveroso della storia, di non ingabbiarla  nell’aridità specialistica della teoria, nella sterile ripetizione del già fatto. Nei quadri di Musti troviamo uno spazio materico sedimentato, stratificato, attraversato da incisioni, scrostamenti, scritture diverse. Non si tratta di una materia bruta, prelinguistica, inerte, ma è una materia intrecciata al significante, solcata, invasa, attraversata, dal segno. Il “materialismo “ di Musti è un materialismo lirico: buchi, raschiature, contratture, solchi, disgiunzioni-congiunzioni della materia- a volte figurativa a volte astratta – si oppongono all’idea dell’opera come rinvio trascendente a un referente esterno. Nel suo carattere assoluto si coglie pienamente la linea immaginaria del possibile e magari dell’uscita dal tunnel , seguendo magari le traiettorie aleatorie dei rilievi cromatici.
 e’ il rilievo in genere a indicare nel lavoro dell’artista il punto limite della superficie rappresentativa. Lo spazio si configura come sito contaminato dal tempo, dal nostro tempo, attraversato dalla memoria dell’inconscio, dalle sedimentazioni e dai ritorni di segni sopravviventi, dai ritmi ciclici della ripetizione. E’ la trama della materia a diventare protagonista di questo imbastardimento di spazio e tempo, poiché la sua forza plastica consiste nell’affermarsi come materia impregnata di segni, o magari di sogni. Niente come la trama della materia si presta a incarnare questo annodamento. L’opera non è mai data una volta per sempre, ma si modifica nel tempo, implica l’alterazione e la trasformazione dei materiali di cui è costituita.
per Musti il processo creativo non consiste nella liberazione del fare primario per agire sul colore, che talvolta raggiunge apici da esplosione post-divisionista, non consiste nemmeno nel far dipingere il pennello dell’inconscio. L’opera non deriva affatto da una serie improvvisa di eventi sismici casuali, ma è il frutto di una tensione continua tra spinta gestuale e ricerca estetica, e non dimeno etica, di una forma possibile; e ancora di una circoscrizione di energia espansiva, che talora coinvolge anche la cromia. Un aspetto interessante insito in questa pittura è un impulso dinamico di colore-luce, dove le cose si liberano in accenti allusivi, tanto da confinare con una visione astratta, senza però fare il salto nel buio dell’informe. Si tratta di un modo di  creare arte per risvegliare le coscienze, per mostrare uomini e cose da una prospettiva frontale, attraverso elementi simultaneamente nascosti e svelati. Assistiamo a una processione di uomini e donne coinvolti in un mondo che non li vuole reclamare, e tantomeno recuperare .

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