ALDO GERBINO

24 luglio 2015 Testi critici 0 Comments

Nel colore, nel buio
ma è la notte che tiene raccolte
le tue gemme di luce
[NOVALIS, DA HYMNEN AN DIE NACHT (1800)]

La disgregazione, la frammentarietà del corpo si associano con empito, e, soprattutto, con il loro carico di primitivo dolore, alla richiesta spirituale e insieme biologica che, in questa giovane e matura pittura urge e sopravanza da Arrigo Musti (classe 1969). Ciò appare evidente attraverso il continuo, nervoso e palpabilissimo incedere (e incidere) pittorico verso una non più riconoscibile, manipolata e caparbiamente assorta doglianza universale che appare in tutta la sua tenace incombenza, e in cui l’esplosione di una naturale, archetipica, rabbia sembra crudamente cristallizzarsi fin nei tessuti organici, per riscoprirsi, in ogni variabile espressiva, nell’attonita, incontrastata e muta silenziosità. Un percorso, questo, sommerso dalle poetiche corporali, assunte nella totalità del loro estremo mostrarsi.
Epifanie sgretolate, dunque, rapidamente disciolte per metaforiche piogge acide, arroventate sin dalla fase di cre/azione in cui il profondo valore ergonomico, la spinta cinematica, vivono soprattutto nel ciclo continuo della dissoluzione, alimentati dalla ferita, in un tendere, anche, al ripristino dell’integrità attraverso l’urgenza della rigenerazione. Sono quegli «eventi/segni della ferita», come accenna vitaldo conte nel suo pulsional gender art (2011) i quali «diventano esibizione di una corporeità borderline, resa s/oggetto nudo, indifeso.» allora, egli ci conferma, come il «sangue e il taglio “sigillino” il contatto, visivo e intimo, tra il corpo segnato e l’occhio che guarda, più di ogni altra comunicazione verbale, legandoli entrambi a una significazione dai profondi risvolti.» sembra allora che il corpo (il viso per la sua centralità di significati), nel suo essere epicentro tra due poli, si riaffermi in forma ineludibile dai “segni-ferita del corpo”, per cui tali «segnature si aprono allo sguardo altrui, per invitarlo a guardare/toccare la propria condizione di sacrificio, conservando talvolta, nelle pose e nei cerimoniali dell’evento, una timbratura classica» (conte). E a tali condizioni, pur con risvolti diversi, affiora in questo linguaggio, la sostanza pulsatile, la stessa piaga in cui i ritratti di Musti, visibili icone di quelle sincretiche “identità mutanti” connotate da Francesca Alfano Miglietti (2008) e atte a rintracciare se stesse nella asperità delle contaminazioni tra ‘carne’ e ‘tecnologia’, di certo narrano, già dalla fase germinativa, la loro drammaticità nel limine tra lo stato bidimensionale e quello tridimensionale. In tal modo leggiamo, con Amniotic Rain o con Blood Rain, i lavori affidati al gusto materico per quel privilegio di positura dell’icona sul lieve tappeto di dripping puntiformi (emblemi, per prossimità di target, suggeriti anche dal conflitto immagine/sgocciolamento di Chrissy Anglikerin); tappeto in cui si esalta la sanguigna trasmigrazione degli elementi radunati in questo, o ancora nel più vasto, amnios umano: nutrimento, dissoluzione e denuncia, probabilmente, di un non lontano commercio staminale. Ora la trasduzione di tali segnali percettivi, espliciti, crudi, non privati d’una arcaica sacrale disposizione rivelano, proprio nella macerazione dei soggetti gemmati da un compatto nucleo espressionista (ora volto al ‘tachisme’ ora ad una più franca informale ascendenza), il suono della dissipatio, caparbiamente riflesso in quel produrre, iterativamente, il registro delle ferite, interpretato nella sua qualità di scrittura che pertiene, già dal profondo, all’arte occidentale. Una appartenenza in cui il senso della ‘religio’ mostra il suo aver fame di tali secrezioni; allora è proprio nel diacronia pigmentaria (rosso/azzurro), quasi un’inversione, o simbolica collocazione di un miscuglio artero/venoso, dove scorrono voluttuosamente sangue e linfa in un raccordo imprescindibile con l’esistenza sofferente la quale, per ulteriori vie, sente d’esser stigmatizzata dall’indifferenza globale, relegata, quindi, in quell’enclave dei Nameless in cui Arrigo Musti vuol far assurgere indignazione e martirio sociale. D’altronde in questa realtà, come da tempo aveva sottolineato Piero Camporesi nell’intenso saggio il sugo della vita. Simbolismo e magia del sangue (1988), si mostra in che modo esso «s’ispessisca di significati magici, di richiami mistici, di prodigi farmacologici, di sogni alchimistici (l’uomo artificiale, l’homunculus, nasce dallo sperma putrefatto e si nutre di sangue)» e che «il supplizio di cristo, insieme al culto del suo corpo e del suo sangue, diventa, appunto, una passio collettiva.» una significativa animi passiones cibata e glorificata dalla stessa dispersione della vita, nella continua e contrastante identificazione/repulsione con il sangue del dio fattosi uomo, per quel bagno ristoratore e ironico quale ci viene offerto dall’opera Singing in the blood rain. L’immersione, dunque, messa in risalto da Paolo Segneri, il gesuita predicatore del seicento ricordato da Camporesi (il più grande, forse, dopo Bernardino da Siena: “ciarliero” e vacuo per de sanctis), deve fluire in un’aperta, persistente «cosmografia interiore del corpo umano» (l’incredulo senza scusa, [Baglioni, Venezia 1690]). È l’interezza umana, per altro, a soffrire della commercializzazione del corpo (si veda Cosmetic Rain come per le opere del ‘Padiglione Italia’: Biennale di Venezia 2011) nell’impari, esasperato impatto tecnologico (Radioactive Rain, 2008). Quindi, in Anorexic Rain, prodotto dalla gestualità più marcata, si delineano corpi vagoli lungo una navigazione acronica: immagini speculari della ‘santità’ autarchicamente sofferta, a ricordo d’illuminate transverberazioni o delle ricordate flagellazioni esposte, nel suo Holy Anorexia (Chicago 1987), da Rudolph Mark Bell. Riverbero della propria e dell’altrui essenza carnale in cui il tragico resoconto delle vicende umane, il loro grottesco apparire e morire, la loro esultanza genetica, il loro esser vittime dell’agguato, prosperano, con Arrigo, nella impopolarità dell’effrazione, nel colore come nel buio, nella notte fonda dell’anima pronta, comunque, a restituirci inattese “gemme di luce”.
Palermo, Aprile 2012

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