ARRIGO MUSTI
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Testi critici
Marc Fumaroli e Vittorio Sgarbi

Da: "L'arte non è cosa nostra" catalogo skira ed. del Padiglione Italia  della 54° Biennale di Venezia
(pag. 25, ita. ingl. Ed. Skira 2011)

Perchè nascondere ai cittadini il fatto che el'arte cosiddetta "contemporanea" questa immagine di marca inventata di sana pianta dal mercato finanziario internazionale, non ha più niente in comune con quello che fino ad oggi abbiamo chiamato "arte" nè con gli autentici artisti viventi, ma non quotati in questa borsa?... La chiave del malesere attuale è il conflitto d'interessi velato che ha indebolito, se non proprio annullato, la distinzione classica tra stato e mercato, tra politica ed affari, fra servizio pubblico ed interessi privati, fra servitori dello stato e collaboratori di uomini d'affari" (Se i musei dimenticano l'arte per inseguire il mercato, in la Repubblica 28 ottobre 2010) M. Fumaroli
"...non darò credito a Bernardo Bertolucci, a Ermanno Olmi, a Giuseppe Tornatore, a guido Ceronetti, a Hanif Kureischi, a Edoardo Nesi, se mi segnalano un film o uno spettacolo teatrale? E perchè la loro parola dovrebbe essere meno autorevole se mi indicano un pittore?...ci fornirsce semmai la diversa percezione che dell'arte hanno quelli che non ne frequentano abitualmente i sanatori e gli ospedali. Anche gli artisti devono confondersi con il mondo, farsi coinvolgere nella vita, stare sulle pareti delle case e non soltanto su quelle asettiche dei musei d'arte contemporanea, identici ad infermerie. Questo lo spirito che... ci ha consentito di realizzare una "Biennale Democratica"; non dei critici o del curatore, ma degli artisti, i quali avranno potuto affacciarsi sul palcoscenico del teatro più frequentatato  e più considerato dell'arte contemporanea senza che qualcuno li abbia mortificati, con patenti attribuite da anemici pseudo-competenti che si sono ritagliati la triste uniforme deglia "addetti ai lavori" (orrida formula). A Venezia, con voto palese di persone ammirevoli e ammirate, hanno ottenuto un certificato d'esistenza. Oltre ogni mafia." V. Sgarbi
 
Maurizio Calvesi
UNA PAGINA NUOVA NELLA PITTURA NON SOLTANTO SICILIANA
I volti robustamente tratteggiati da Arrigo, di una potente volumetria e di un tormentato colore, sanno esprimere la bellezza di quella umanità che l’uomo occidentale considera “diversa”e al tempo stesso il rischio cui è condannata, l’incombere o l’imminenza dei profondi sfregi che le calamità del mondo le imprimono come marchi di fuoco. Alle persecuzioni, alle devastazioni, al degrado, cui questi volti possono essere esposti o violentemente sottoposti, rispondono con l’allegria di una provocazione la colorata plasticità di quelle sembianze, la luce straordinaria degli occhi, il sorriso dei denti robusti o la cascata delle chiome intrecciate, il largo spazio delle facce, tra gli zigomi ben disegnati, i nasi prominenti con delicata energia. Questi bellissimi dipinti di Arrigo, con le variazioni quasi neo-divisioniste (ma in chiave espressionista) delle stesure cromatiche, con la sicurezza dei segni che possono esprimere dolore come anche felicità, dolcezza, comunque fascino, con le loro frontali o bombate stesure di piani dal sapore come di scultura arcaica, costituiscono una pagina nuova nella pittura non soltanto siciliana e attestano una sincera e partecipata emozione di amore verso le creature più sfortunate, di un mondo che ci circonda da ogni punto cardinale, anche se noi restiamo ciechi nel vederlo.

 

 
Giuseppe Tornatore
L’ESTETICA DEL TURBAMENTO
DICONO CHE UN VERO ARTISTA DEBBA ESSERE RICONOSCIBILE IN CIASCUNA DELLE SUE OPERE.
CHE UN FILO SOTTILE ED INVISIBILE NE ATTRAVERSI NECESSARIAMENTE LE VARIAZIONI TEMATICHE  ED ESPRESSIVE. CHE GLI AUTENTICI ARTISTI, IN BUONA SOSTANZA, NON POSSANO FARE A MENO DI PORTARE IN SÉ STESSI, SPESSO INCONSAPEVOLMENTE, UN SEGNO, UNA PREMONIZIONE, UN TRATTO DEL TUTTO PERSONALE CHE NE SIGILLI L’INTERA OPERA IN UN UNICUM IRRIPETIBILE, E NE RIVELI, AL TEMPO STESSO, IL SENSO ULTIMO E NASCOSTO.
SE È COSÌ IL GIOVANE ARRIGO MUSTI È GIÀ UNO DI LORO.
I SUOI QUADRI, INFATTI, HANNO  IL PREGIO D’INFONDERCI, SIN DAL PRIMO ISTANTE, LA COSCIENZA D’ESSERE AL COSPETTO D’UNO STILE  COMPIUTO E INEQUIVOCABILMENTE, CONSOLIDATO DA UNA POETICA NOBILE ED INSOLITA, IMPERIOSA E SINCERA, COSTANTEMENTE SQUARCIATA DALLE FERITE DI UNA COGNIZIONE DEL DOLORE TANTO ANTICA QUANTO INATTESA.
OLTRE ALLA FORMIDABILE CAPACITÀ DI FONDERE LUCI, FORME E COLORI IN UN’ARMONIA VISIONARIA INNOVATIVA, PER CERTI VERSI  PROVOCATORIA, CHE ALLARMA ED INQUIETA, CIÒ CHE NELL’OPERA DI ARRIGO SPECIALMENTE COLPISCE E SORPRENDE MI SEMBRA LA SUA ESTETICA DEL TURBAMENTO PER UN MONDO CHE HA PERDUTO LA PROPRIA MITOLOGIA.
IL MODERNO PATIMENTO D’UN POETA CHE SPASIMA PER UN UNIVERSO DI EROI E LEGGENDE IN CUI GLI ESSERI UMANI NON SANNO PIÙ SPECCHIARSI. IL SUO DESOLATO SGUARDO SU UN OLIMPO DI DÉI INDIFFERENTI AL NOSTRO DESTINO PERCHÉ UMILIATI DALLA CECITÀ DEGLI UOMINI.
E NON CI STUPISCE AFFATTO CHE UN TALE SMARRIMENTO, UNA SENSIBILITÀ COSÌ AFFINE AL DISINCANTO, GIUNGA DALLA MANO ABILE ED ESPERTA DI UN GIOVANE BAGHERESE
 
Augusta Monferini
Un espressionismo portato all’eccesso
artista siciliano di grande temperamento dipinge usando una materia corposa e densa che imprime sulla tela a pennellate vigorose e quasi brutali.
Il suo interesse più evidente sembra essere il ritratto, il proprio come anche quello di personaggi che lo hanno particolarmente colpito: le sue figure sono maschere impietose scolpite nel colore dai toni violenti e cupi  che creano immagini grondanti allucinate e stravolte.
Arrigo si rifà ad un espressionismo portato all’eccesso dove i colori terrosi e rossastri a tratti si aprono in toni chiari che bucano, come ferite, i volti conferendo loro una luce stralunata. Capelli e barbe ispide ed irte come spine occhi ciechi che bucano i volti terrosi, ghigni che aprono bocche rosse e sanguigne, reticoli di rughe che segnano impietosamente le fisionomie, mettono in scena una umanità dolente e deturpata dalla sofferenza.
Arrigo guarda ed osserva i suoi personaggi con gli occhi del cuore e del sentimento.
È un occhio, il suo, commosso che intende denunciare torti e violenze che queste povere icone di vecchi o di bambini hanno subito. Il fuoco di un sentimento appassionato e potente le ha trasformate in maschere dolenti.
Questa impressione è poi confermata dal temperamento dell’autore, gentile, buono, sensibile, generoso ed appassionatamente legato alla sua Sicilia: la terra dove è nato.

 

 
Marisa Vescovo
la sua pittura è così forte che fa tremare
la ritengo interessante.
Il suo lavoro, così ben descritto da Calvesi e Monferini, si presta bene a personali o al massimo un
confronto a due quando l'altro tenga il confronto
 
Evgenij Solonovich
Le nuove possibilità dell’arte figurativa
L’incontro con la pittura di Arrigo Musti ha significato per me la scoperta delle nuove possibilita’ dell’arte figurativa. Il suo ciclo Acid Rain non e’ un semplice grido d’allarme, bensi’ un invito a rallentare il passo, a fermarci, a ragionare, a contemplare la bellezza minacciata da noi stessi. Vedo i fili della pioggia sui quadri del pittore come le corde di un’arpa: le dita dell’arpista sono invisibili perche’ mangiate dal veleno, ma l’apocaliitica  musica muta continua a fare tutt’uno con l’immagine.
 
Augusta Monferini
Volti Immolati
“C'è un paese dove gli uomini condannano le donne alle pene dell'inferno; un paese dove donne per lo più giovanissime vengono deturpate con l'acido solforico” cosi scrive Renata Pisu nel documentato reportage sul Bangladesh; donne costrette a vivere nascoste, segregate, separate dal resto della società. “Acidificate”, le chiama la Pisu: esse sono state colpite quando erano giovanette, di quattordici o quindici anni, quasi delle bambine. La loro colpa? Quella di non aver voluto rispettare una promessa di matrimonio, combinato dai genitori. In ogni caso vittime incolpevoli di circostanze legate a un rapporto con un uomo, attratto dalla loro bellezza e giovinezza, e magari respinto. Dell' acido solforico accade così che venga gettato sul loro bel viso, ma in casi se possibile più gravi anche su tutto il corpo.
Così devastate diventano figure orribili, mostri irriconoscibili; irreparabilmente distrutta, così, la loro bellezza e giovinezza. Ma non solo; con questo gesto crudele e disumano si disintegra anche la loro vita: da questo momento essa diventa un ergastolo, una prigione senza fine.
E' angosciante pensare che le vittime, sentendosi ripugnanti, maturano come una colpa la coscienza della loro deformità; vivono segregate dalle loro famiglie, si sentono inaccettabili, marchiate da una condanna che scontano chiudendosi in un silenzio doloroso. Profondamente umiliate, diventa difficile anche accostarle, lasciarle sfogare, abbandonarsi al pianto e raccontare la loro miserevole, straziante storia. Molte restano mute dopo lo shock ed è quasi impossibile guadagnarne la fiducia.
Una ennesima tragedia dell'umanità, di fronte alla quale Arrigo si è sentito sconvolto ed ha profondamente avvertito la necessità di una denuncia, per quanto possono valere, in questo cinico mondo, la passione, l'indignazione, la commozione di un pittore , il “riscatto” che egli offre a queste effigi martoriate attraverso la commossa celebrazione della pittura.
Esiste senz'altro, comunque, un nesso profondo di denuncia tra la sconvolgente visione del mondo che Arrigo mette in scena con tanta irruente energia e la lontana, dalla nostra vita ma non dal nostro cuore, violenza cieca che in modo così disumano colpisce.
Arrigo è come posseduto da una ossessione che è quella di riuscire a esprimere, a dar corpo e sembianze a una brutalità cieca ed insensata che non nasce dall'aggressione di una belva, ma dal profondo demoniaco dell'uomo.
Il ritratto è così la forma che si presta oggi, non più a immortalare le fattezze e la vanità di un uomo di successo, ma a fungere da specchio e da grido dopo (e ben oltre Munch), grido rivolto all'universalità del genere umano, grido di disperazione e di ammonimento. Dopo Bacon, che ha inscenato il deforme tormento dell'animo umano, Arrigo tenta di tracciare una linea di demarcazione tra l'umanità ancora degna di questo nome e quella che degna non ne è. Non è vero che l'uomo è più feroce delle belve: in qualche caso lo è ma alla sua bruttezza si contrappone, attraverso la dialettica e i movimenti del colore, una figurazione dello sfigurato che sollecita le profondità più degne dell'animo umano.
Il pathos della tragedia è amplificato in una rappresentazione che, andando oltre i penosi modelli, amplifica nell'immaginazione indignata gli istinti perversi ed è di essi che Arrigo fa
in realtà il ritratto, un ritratto che erompe riconoscendosi nelle mostruosità che ha provocato.
Un colore esaltato, violento, come fuori controllo, cola sulla tela in tanti rivoli quasi sgorgassero da altrettante ferite. Un colore sfrenato, emotivo e innaturale: blu smaltati , neri che si insinuano nelle pieghe dei volti trasformando l'incarnato in maschere che incutono spavento. Gli sguardi poi, gli sguardi di questi personaggi; fanno rabbrividire, a volte arrotati verso l'alto, a volte semichiusi, a volte filtrati attraverso lenti grottesche, emettono luci e bagliori sinistri.
Arrigo con questa mostra presenta anche molti ritratti femminili e figure a tutto campo che invece richiamano, o rievocano, la prepotente bellezza di queste giovani donne nel ricordo della loro storia crudele.
E' in corso per fortuna una politica di sostegno a queste vittime, un sostegno sopratutto medico che consenta a queste donne di poter ricostruire in parte i loro volti distrutti. Ma accanto a queste iniziative benemerite e fattive, sono importanti, per richiamare l'attenzione su questa tragedia, anche mostre come quella approntata da Arrigo con ardente partecipazione.